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Caratteristiche dei marmi statuari

Per arrivare a definire le caratteristiche dei marmi bianchi statuari bisogna procedere per gradi, definendo innanzitutto che cosa si intenda per marmo: il marmo è una roccia metamorfica originata da calcari di qualsiasi origine, cioè di deposito meccanico (brecce, puddinghe, ecc.), di deposito fisico-chimico (travertini, tufi calcarei, ecc.) e organico (calcari compatti e teneri), ovvero dalla trasformazione di questi ultimi in un processo chiamato, appunto, metamorfismo. Il metamorfismo, che significa letteralmente “cambiamento di forma”, è causato da vari fattori, fra i quali i più importanti sono la temperatura e la pressione. La temperatura aumenta gradualmente con l’aumentare della profondità, in media dai 10° ai 30° C per ogni chilometro (gradiente geotermico), e parallelamente aumenta anche la pressione. Il processo metamorfico si innesca quando la roccia si viene a trovare in condizioni diverse da quelle in cui si è formata: sostanzialmente devono essere mutate la pressione o la temperatura e questo può avvenire proprio per uno sprofondamento della roccia a profondità maggiore.
I processi di trasformazione delle rocce avvengono tutti in profondità, e le rocce metamorfiche che possiamo vedere in superficie sono risalite grazie a movimenti che hanno prodotto orogenesi di catene montuose.
II metamorfismo termico o di contatto, dovuto ad aumenti notevoli di temperatura (ad esempio a causa di un contatto diretto con magmi) provoca un mutamento dei caratteri strutturali delle rocce originarie, anche con formazione di nuovi minerali, detti quindi di neoformazione.
La struttura di un marmo è caratterizzata da una cristallinità rilevabile ad occhio nudo, con individui le cui dimensioni possono variare da 0,5 mm fino a oltre 5 mm.
I marmi in senso stretto sono i materiali ideali per la scultura e l’architettura in quanto, se opportunamente selezionati, assommano tutta una serie di proprietà fisico-meccaniche favorevoli, quali la compattezza e l’isotropia, la bassa durezza, le ottime lavorabilità e lucidabilità, oltre ad avere un aspetto brillante e una colorazione piacevole.
Per queste loro caratteristiche i marmi sono stati il materiale lapideo più utilizzato dall’uomo fin dall’antichità per una vasta serie di manufatti quali statue, bassorilievi o elementi architettonici vari, come colonne, pilastri, architravi, lastre di rivestimento e tombali. La definizione di marmo come calcare metamorfico ricristallizzato è però riduttiva, perché comprende solo una ristretta categoria di rocce ornamentali indicate come veri marmi.
Più vasta invece è la definizione commerciale entrata ormai nell’uso comune e codificata dalle norme italiane (UNI). Essa è essenzialmente fondata sulla durezza del materiale lapideo e si applica alle rocce da decorazione lucidabili prevalentemente costituite da minerali di durezza Mohs dell’ordine di 3-4, dando così un significato molto più ampio al termine marmo, in modo da comprendervi molte rocce usate a scopo ornamentale. Ciò da un lato per un richiamo all’etimologia della parola marmo che deriva dal greco e significa risplendente, luccicante, e dall’altro per indicare le pietre da decorazione con un solo termine, il più noto fin dall’antichità. Ne consegue che vengono chiamati marmi anche altri materiali lapidei usati a scopo ornamentale.
Già Faustino Corsi aveva cercato di dare una definizione di marmo accettabile ai suoi tempi ma che tenesse anche conto di quello che si intendeva nei tempi antichi per “marmo”; a tal proposito scrisse:”Per pietre da decorazione comunemente s’intendono quelle che a cagione de’ bei colori, delle belle forme delle macchie, e della lucentezza che prendono sono buone da ornare gli edificj, ma che peraltro si trovano in grandi massi, onde formare statue, colonne, tazze, vasche ed ornati di architettura […], ed ancora: “La parola Lapis pei latini era generica, com’è per noi la parola pietra, e con essa indicavano quei minerali solidi, impenetrabili dall’acqua, e che non appartengono ai bitumi, alle arene, ai metalli. Per marmora poi intendevano tutte le pietre di decorazione e di ornato, che tagliate prendessero un bel pulimento, deducendo l’etimologia di tal nome dalla voce greca marmairon, che significa risplendere. Per tale principio confondevano tutte le sostanze, e indistintamente chiamavano marmi tanto le terre calcari, quanto le serpentine, i gessi, le basalti, i graniti, i porfidi, i diaspri e qualunque altra pietra: ma i mineralogi riconoscono per marmi quelle sole pietre che sono formate di carbonato di calce, che fanno effervescenza cogli acidi, che percosse dall’acciarino non danno scintille, e che sono capaci di prendere pulimento.”
Concentrando poi l’interesse ai soli marmi bianchi, va ricordato che questi possono essere definiti come marmi estremamente omogenei e di colore dal bianco puro al bianco perlaceo;
inoltre essi risultano privi di qualsiasi ornamentazione e solo localmente presentano macchie scure isorientate o piccole vene di calcite.
Nella decorazione architettonica più ordinaria sono stati impiegati spesso marmi bianchi definibili come ordinari (marmi cioè di colore da bianco perlaceo a grigio chiaro in genere piuttosto uniforme o variamente punteggiato da macchie grigie di dimensioni centimetriche dai limiti sfumati, dovute a presenza di diversi minerali accessori, caratterizzati raramente da irregolari trame di vene di colore grigio chiaro o scuro), mentre nella statuaria o nella decorazione architettonica più raffinata sono stati impiegati marmi propriamente detti statuari (marmi cioè a grana generalmente più fine, di colore bianco-avorio, a volte tendente al giallo-beige molto chiaro, e generalmente assai uniforme, con colorazioni dovute, tra l’altro, a tracce di muscovite microcristallina omogeneamente distribuita nella prevalente matrice carbonatica, e con locale presenza di macchie grigie).
Tra scultori, storici dell’arte e progettisti degli interventi di restauro e conservazione si parla frequentemente di marmi statuari, ma, al momento di descrivere tali materiali, si ritiene necessario attenersi ad un vocabolario prettamente petrografico, che, se da un lato permette di descrivere con precisione i diversi tipi di materiali e le loro caratteristiche, dall’altro lato non permette di cogliere appieno la valenza di bene culturale propria dei materiali lapidei stessi. La definizione di quali siano le caratteristiche che permettono di definire un marmo come statuario non è però così scontata, dal momento che bisogna tener conto della combinazione di caratteristiche di tipo estetico (quale appunto il colore e le sfumature presenti) con caratteristiche quali la lavorabilità, riconducibile, in buona parte, alla mancanza di un comportamento anisotropo dovuto ad una più o meno evidente orientazione dei cristalli, che può determinare, infatti, una facile (ma spesso incontrollabile) risposta allo scalpello quando questo interviene secondo la direzione di orientazione, pessima, al contrario, quando lo stesso tenta di solcare perpendicolarmente la direzione stessa.
Nel caso dei marmi piemontesi studiati, è un esempio di quest’ultimo comportamento il marmo bianco di Foresto, la cui evidente scistosità rende difficoltoso un suo utilizzo a fini di decorazione di dettaglio o di realizzazione di statue.

Criteri di qualità
La definizione, per un marmo, di una qualità statuaria, non è immediata, dal momento che essa dipende dall’interazione di cinque fattori: la composizione mineralogica, la dimensione dei cristalli, la quantità e la dimensione dei pori, le irregolarità e il colore. Inoltre, in tutti i casi gioca un ruolo molto importante l’omogeneità dei parametri analizzati.
Si può sintetizzare dicendo che la massima qualità statuaria si ritrova nei materiali con le seguenti caratteristiche:
– cristalli a grana fine;
– omogeneità tessiturale;
– assenza di fessure;
– scarsa porosità;
– durezza tale da permettere la lavorazione;
– assenza di componenti facilmente alterabili se esposti agli agenti atmosferici.
Il marmo è l’unica roccia che soddisfa tutti questi requisiti: soltanto i calcari sono superiori per quello che riguarda le minori dimensioni cristalline, ma per tutte le altre caratteristiche il marmo risulta superiore. La bassissima porosità e la grande omogeneità sono caratteristiche onnipresenti in quasi tutti i marmi.
La lavorabilità è una proprietà di difficile identificazione, legata a un insieme di caratteristiche come la durezza, la segabilità, la scolpibilità e la lucidabilità. La scolpibilità può essere considerata come la cedevolezza ai colpi dello scalpello, in modo che i pezzi si stacchino gradualmente e secondo fratture regolari. È comunque strettamente legata alla durezza e allo stato di coesione dei componenti la roccia: laddove quest’ultima è più alta (quarziti, graniti, porfidi), la lavorabilità è minore.
Un fattore determinante è la lucidabilità, definibile come la tendenza di una roccia a lasciarsi ridurre a una superficie liscia a lucentezza speculare. Era una caratteristica molto apprezzata dagli antichi, tanto che al termine generico di lapis veniva contrapposto quello di marmor, riferibile indifferentemente a tutte le pietre lucidabili. Ciò è spiegabile anche con il fatto che le rocce lucidate sono più resistenti agli agenti esterni e presentano con maggior risalto le caratteristiche estetiche (colore, venatura, grana ecc.) del tipo litologico. La lucidabilità è tipica delle pietre mediamente dure, dure e durissime, sebbene in questi ultimi casi la lavorazione sia ovviamente più difficoltosa e lunga; si presenta, inoltre, tanto più spiccata, quanto più la pietra è formata da un solo componente, o da più componenti aventi stessa durezza.

Le dimensioni dei cristalli
La qualità statuaria di un materiale sarà tanto maggiore quanto minore sarà la dimensione dei cristalli, dal momento che una grana fine permetterà una lavorazione molto più particolareggiata, e darà una finitura molto più omogenea; secondo i risultati di alcune prove di caratterizzazione, d’altra parte, la diminuzione della dimensione della grana comporta un aumento relativo della resistenza meccanica del materiale.
I limiti usati in petrografia per definire le variazioni dimensionali tengono conto dei limiti della percezione visiva, e perciò risultano adeguati per definire la qualità statuaria di un materiale.
Secondo una delle classificazioni generalmente accettate, si possono considerare di grana fine le rocce con dimensione cristallina inferiore a 0,2 mm, cioè una grana al limite della percezione visiva, oppure ancora più ridotta, mentre si considereranno di grana media quelle con dimensione cristallina tra 0,2 e 0,5 mm, e infine di grana grande quelle con dimensione da millimetrica a centimetrica.
Sulla determinazione della qualità della roccia influisce anche, oltre che la dimensione cristallina, la dimensione della tessitura.
Per tessitura si deve intendere la forma, la dimensione e la disposizione relativa dei cristalli. La dimensione di questi elementi tessiturali influisce sulla qualità della roccia, che sarà tanto maggiore quanto più piccola sarà la dimensione stessa, e anche quanto più grande sarà l’omogeneità nella distribuzione degli elementi tessiturali.

La quantità e la dimensione dei pori
La massa del pezzo diminuisce in maniera proporzionale all’aumentare della porosità, che però costituisce, se troppo elevata, un difetto.
Di conseguenza, i pori possono essere considerati come un elemento negativo per la qualità statuaria se presentano dimensioni superiori al limite della percezione visiva (0,1 – 0,2 mm). Un altro fattore importante da tenere in considerazione è l’omogeneità nella distribuzione, dal momento che una distribuzione eterogenea dei pori sarà sempre indice di una qualità inferiore. Per i pezzi con porosità di minore dimensione, la presenza di una microporosità elevata può considerarsi un fattore positivo, dal momento che questa diminuisce il peso del pezzo senza avere ripercussioni negative. Non si può dire lo stesso per i pezzi destinati all’esposizione agli agenti atmosferici, dal momento che la porosità, benché microscopica, favorisce enormemente il degrado della roccia dovuto agli agenti atmosferici: per questo motivo, i marmi, grazie alla loro bassissima porosità, sono i materiali più idonei per l’esposizione all’esterno.

La frequenza delle discontinuità fisiche (diaclasi e fessurazioni, peli)
Si tratta di discontinuità fisiche per cui la roccia tende a fratturarsi durante le operazioni di taglio o lavorazione. Si tratta di inconvenienti che preoccupano più lo scultore che il cavatore addetto all’estrazione dei blocchi.
Le diaclasi sono solitamente piane e possono anche avere una notevole estensione, mentre le fessurazioni sono più corte e possono avere un andamento curvo o irregolare, in conseguenza dell’eterogeneità del materiale.
Sia le fessure che le diaclasi possono presentarsi aperte o chiuse. Il primo caso presuppone una rottura della roccia causata dalla discontinuità, mentre nel secondo ci può essere una certa resistenza meccanica residua, anche se si tratterà di una zona più debole.

Il colore e le fasce colorate
Tralasciando, perché risulterebbe troppo dispersiva in questa sede, l’analisi dei marmi colorati che, a seconda dei diversi periodi storici e dei diversi ambiti artistici, hanno trovato applicazioni architettoniche o, più generalmente, artistiche, con una preferenza per quelli caratterizzati dall’omogeneità dei toni oppure della ripetizione delle fasce colorate o da una forma particolare delle stesse bande, e restringendo l’analisi ai soli marmi bianchi, bisogna evidenziare che, nello specifico, questi ultimi devono essere caratterizzati da una composizione estremamente omogenea e un colore molto uniforme, variabile dal bianco al bianco avorio, dal bianco perlaceo al grigio chiaro, con un evidente aspetto saccaroide e la presenza di piccole venature più o meno accentuate di colore grigio o giallo-verdastro; alcuni marmi bianchi risultano poi caratterizzati dalla presenza di ossidi di ferro, che danno loro, per zone puntuali molto limitate, una tipica colorazione arancione-marrone.
Tra i marmi bianchi più utilizzati, nel corso dei secoli, per la scultura si possono ricordare, tra i marmi greci, il marmo di Paros (il marmo statuario per eccellenza, bianco puro e traslucido), il marmo di Pentéli (leggermente giallo e grigio) e il marmo di Thasos (livido, grigiastro, a volte venato), mentre, tra i marmi italiani, il marmo bianco di Carrara nelle diverse varietà (caratterizzate da venature e sfumature grigiastre di dimensione più o meno grande) fino ad arrivare all’eccellenza dello statuario di Carrara (grande omogeneità e venature grigiastre ridottissime).